Falchi in aeroporto

Gianni DI LENARDO [1]

 

"... non altrimenti l'anitra di botto,
quando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto..."
Dante - Inferno XXII 130-132
[2]

 

Chi, comodamente seduto sulla terrazza di un aeroporto trafficato, osserva la fitta sequenza di decolli ed atterraggi, difficilmente immagina che in aria ci possa essere altro "movimento" oltre a quello di aeroplani ed elicotteri. Dimentica, insomma, che lo spazio è stato, dalle origini del pianeta fino a meno di cento anni fa, d'uso esclusivo degli animali alati.

Di voli se ne parlava già da tempo, ma sempre in fase leggendaria e dubitativa. Aveva iniziato Icaro, tradito poi dalla sua "cera". E sempre in epoca mitologica gli eroi cari agli Dei facevano la spola tra gli inferi della terra e l'Olimpo. Anche in età più recenti ci sono notizie di miracolose scorribande celesti. Carlo Porta, il poeta dialettale milanese, racconta, in una sua brillante poesia, del volo di Frà Diodatt, frate Adeodato, un cappuccino scalzo dedito all'estasi ed alla beatitudine.

Mai queste attività avevano però impensierito la fauna del cielo che, al massimo, avrà poi osservato con curiosità le ascensioni delle mongolfiere apparse in Francia due secoli fa, ai tempi della presa della Bastiglia.

Le cose si fanno più serie dal 17 Dicembre 1903. In quella storica giornata, l'americano Orville Wright si solleva da terra, primo uomo al mondo, sulla spiaggia di Kill Devil Hills, Kitty Hawk, North Carolina, ai comandi di un marchingegno spinto da un'elica azionata da un motore da 12 cavalli (per la cronaca le eliche, bipale, erano due). Un piccolo uccello che impattava su quelle si trovava disintegrato. Se poi l'uccello era più grosso c'erano guai da ambo le parti.

Nella realtà aeronautica le collisioni uccelli-aeroplani non comportano un grosso pericolo per i passeggeri. Dalle casistiche non risultano casi d'impatto conclusi in modo drammatico. Tra l'altro, oggi qualsiasi aereo di linea può volare in perfetta sicurezza con un motore in panne. Quello scalognato uccello che comunque supera le più sofisticate difese d'un motore può causare seri danni con susseguente sollecito atterraggio precauzionale. Le incavolatissime compagnie sono poi costrette a fermi del velivolo ed a costose revisioni.

Questi inconvenienti avvengono quasi esclusivamente nelle fasi di decollo e di atterraggio. Gli aeroporti riservano una grande area di rispetto attorno alle piste e di ciò ne approfittano molti volatili che, una volta abituati al fastidioso, ma innocuo, rumore dei reattori, trovano conveniente stanziarsi e riposare in una zona tranquilla. Sono soprattutto i gabbiani, probabilmente delusi dalla sempre più scarsa pescosità dei mari, che, dopo aver beccolato tra i rifiuti condominiali o essersi accodati all'aratro confidando sui vermi di terra stanati dal vomere, vanno ad ingombrare le piste. Scatta allora, in aeroporto, una gran mobilitazione: la Torre di Controllo lancia l'allarme e subito un automezzo si precipita a battere la pista. Spesso però i gabbiani resistono con brevi e beffardi spostamenti.

Per ovviare a ciò, qualche aeroporto è ricorso allora ad un metodo che può essere definito "ecologico-naturale". Si tratta dell'impiego dei falchi in funzione di gendarmi aeroportuali. La tattica adottata è semplice. C'è lo stormo di indesiderati in pista? Il falconiere allerta il falco di servizio, s'avvicina al punto di sosta e libera il rapace in caccia. Quello che avviene poi è avvincente. Il falco, volando a spirale, comincia a salire lanciando severe occhiate agli intrusi i quali, capita l'antifona, quasi sempre si allontanano. Dovesse rimanere qualche ostinato, allora il "gendarme" non scherza. Si ricorda d'esser rapace e di detenere il record di velocità in affondata. Un tuffo, un'artigliata ed il malcapitato gabbiano potrà solo confidare, per una rapida tagliata di tela, nella condizione non proprio famelica (per le ragioni che vedremo) dell'avversario.

I falchi appartengono, come le aquile, alla famiglia dei rapaci. Sono nati fortunati non avendo nemici naturali. Si possono addestrare, ma mai addomesticare. Di carattere sono piuttosto pigri. In libertà, e quindi costretti a procurarsi il cibo, cacciano lo stretto indispensabile, adottando il principio del minimo sforzo. In volo, e poi giù sull'obiettivo. Non tutte le "picchiate" sono positive, anzi, almeno quattro su cinque vanno in bianco. Dopo quella buona, artigliata e catturata la preda il falco mangia rapido e metodico. Delle vittime tutto viene trangugiato: carne, pelle, piume ed ossa. Poi, sazio, rivola sul ramo abituale o va a posarsi in un anfratto roccioso e lì, placido, digerisce. Ha un metabolismo computerizzato. Una parte selezionata del cibo va allo stomaco, l'altra, ossia le piume ed il resto, viene compattata nel gozzo ed elegantemente "rifiutata" circa dodici ore dopo l'assunzione.

Un aeroporto che s'avvale dei falchi per garantire, con unanime soddisfazione dei piloti, decolli ed atterraggi sicuri, è il "Marco Polo" di Venezia Tessera. Qui i falchi "arruolati" (della specie pellegrini, sacri ed altri) vivono in un particolare regime di semi-libertà. Ad osservarli per un po' s'arriva ad una constatazione singolare: sono degli attori di raro talento. Non essendo addomesticabili non sono costretti a sopportare carezze e moine da parte dell'uomo. Non danno l'impressione di soffrire per la parziale cattività. Passano abitualmente il loro tempo su un piccolo e anatomico supporto circolare al quale sono simbolicamente assicurati da una cordicella. Ogni tanto, quasi con riluttanza, si rammentano d'esser selvatici ed abbozzano un tentativo di fuga.

Una volta al giorno, anche se non c'è necessità operativa, il falconiere fa volare, a turno, ogni soggetto. Prima viene controllato il peso e poi, con un cappuccetto in testa, vengono portati in una zona idonea dell'aeroporto. E qui si scoprono le doti recitative. Il falconiere scappuccia un falco, lo fa salire sul pugno, debitamente protetto da un guantone di cuoio, e lo "lancia" in volo. Su una zampina è fissata una piccolissima trasmittente, utile in caso di recupero difficile (un falco addestrato ha un valore di un paio di milioni).

Lo spettacolo che segue è, dicevamo, avvincente: rapido, con vigorosi colpi d'ala e spiralando, il falco s'innalza in quota. Il falconiere lo segue continuamente, ma anche il rapace fa lo stesso. Il "mestiere" però lo conosce bene. Con la sua proverbiale e acutissima vista controlla in basso ogni movimento sospetto. Uno stormo di piccioni si è avvicinato, ma è bastato un leggero cenno d'attenzione da parte del "gendarme" e quelli se la sono data ad "ali levate". Non c'è inseguimento. Nel nostro, che continua per lo più a volare a cerchio, sembra prevalere la paura di perdersi il falconiere ed anche il diritto alla pensione completa che la cattività gli assicura.

Causa il rapporto non troppo favorevole tra il peso e l'ala, il falco plana poco e neppure riesce a sfruttare granché le eventuali correnti ascensionali. Se stanco in volo, si ferma in una posizione di minimo sbattimento, allargando ali e coda (come il volo di un deltaplano). Questa sosta è chiamata "sorrare".

Oramai il nostro recita, o vola, da un quarto d'ora e comincia a sentire qualche stimolo d'appetito. Prede possibili non se ne vedono, ma già l'amico falconiere rotea in basso una specie di pezza di cuoio sagomata ad uccello e con tanto di piume. Su questa pezza, che in falconeria è chiamata "logoro", è fissata una dosata porzione di carne che surrogherà la caccia mancata. Il falco dà un paio di volte l'impressione di iniziare la picchiata, ma altrettante ci ripensa e con professionale puntiglio recita ancora per un po' la parte di disdegnoso e libero predatore.

Poi si stufa, e giù! A velocità che a volte possono superare i 300 Km/h si tuffa sul sicuro obiettivo. A terra è di scena il falconiere il quale, con perfetto sincronismo, così come un trapezista molla l'attrezzo al compagno, lancia in alto il logoro. Nell'attimo che questo è fermo in aria, il falco gli è sopra, lo artiglia e non lo lascia più. A terra, poi, comoda consumazione del pasto, con il falconiere che con calma lo ricupera, lo pone sul pugno inguantato, gli fa terminare il desinare, gli reinfila il cappuccio ed infine lo parcheggia su un trespolo ad attendere il completamento dei voli dei compagni.

La caccia con il falco era assai diffusa nel medioevo e considerata, tra le classi nobili, una vera arte. Assai noto, a proposito, un libro sull'argomento scritto dall'Imperatore Federico II di Svevia dal comprensibile titolo latino "De arte venandi cum avibus", dal quale si apprende quale sia l'addestramento del falco, il compito del falconiere, le sue forme ed in particolare la devozione che egli deve al suo falco. Anche Dante Alighieri conosceva usi e costumi di falchi e falconieri e ne ha da par suo, in alcune suggestive terzine, immortalato le imprese (vedi Divina Commedia: Inferno, canti XVII e XXII - Paradiso, canto XIX).

Questa caccia ha ancora oggi schiere di estimatori tra gli sceicchi arabi. Proverbiali e spettacolari le loro cariche nel deserto, seguendo a cavallo il volo del falco sacro, abilissimo a saettare radente, ed a scovare selvaggina, tra le dune del deserto. Non molti, ma cacciatori falconieri, ci sono ancora anche in Italia. E' un hobby assai impegnativo e gravoso, con il falco che deve essere giornalmente accudito ed allenato. Dicono però questi patiti, per i quali poi sparare è fatto secondario, che basta una velocissima puntata con l'acrobatico ingaggio finale per ripagare ogni sacrificio.

Dicevamo che l'Aeroporto "Marco Polo" di Venezia Tessera ha risolto, statisticamente e "falchi alla mano", il problema degli uccelli indesiderati; immancabili, ci sono anche gli oppositori al sistema adottato, che invocano invece la sperimentazione di tecniche diverse, più moderne.

A questi contestatori opponiamo un semplice ragionamento. Se l'aeroporto "Marco Polo" di Tessera corresse l'ipotetico pericolo d'un attacco con missili "Scud", allora, non c'è dubbio, il rimedio più efficace sarebbe il rischieramento in loco d'alcune batterie dotate di antimissili "Patriot". Fosse invece insidiato da un'invasione di carri armati provenienti dal turbolento Est, la più probabile salvezza andrebbe riposta in un paio di squadroni d'armatissimi aeroplani da caccia tipo "Tornado" o "AMX".

Fortunatamente la "pace regge" e l'unico pericolo per quell'aeroplano, oltre alle inevitabili giornate di nebbia, arriva dagli stormi di gabbiani o da altri uccelli di passaggio. La nebbia si fronteggia bene con l'ILS. Per l'altro problema, invece, è più che sufficiente l'ingaggio, a costi peraltro assai modesti, della speciale compagnia teatrale, con i falchi pellegrini e sacri in veste d'attori protagonisti, con i falconieri abili registi ed i gabbiani rompiturbine.

Per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente l'interessante argomento, segnaliamo il sito web: www.marvel.it/falcuc/

 

 Falconiere

 


[1] Responsabile del servizio di falconeria presso l'aeroporto "Marco Polo" di Venezia Tessera

 Gianni DI LENARDO

[2] Umberto Bosco e Giovanni Reggio a cura di, Dante Alighieri, "La Divina Commedia - Inferno", Cerchio VIII, bolgia 5a, Canto XXII, 130-132, pag. 333, Edizioni Le Monnier, Firenze, 1982. Il commento alla quartina è il seguente: "... Mi sembra più opportuno intendere col Chimez «spossato, stanco», tenendo presente un passo, certo ben noto a Dante, del trattato di falconeria di Federico II (De arti venandi cum avibus) che il Chimez cita nel suo commento. Eccone la traduzione: «Il falcone... discenderà, facendo fuggire le anitre nell'acqua, e dopo che esse si sono immerse, per paura del falcone, questo risalirà in sù, e appena avrà visto le anitre riemergere per nuotare, di nuovo scenderà a ghermirle, e, sommersesi quelle, di nuovo salirà, e farà ciò tante volte che spossato, andrà a posarsi». La conoscenza che Dante aveva indubbiamente di tale tipo di caccia (il falcone ritorna molte volte nei paragoni danteschi e sempre con particolari esatti e meticolosi) e la notorietà del trattato federiciano, fanno propendere verso l'interpretazione data...". [Ndr: dedicato, con riconoscenza, alla Professoressa Galli Leda Piccini]